Quando si parla di Noindex e Nofollow ci si muove in un terreno che sembra tecnico, ma in realtà tocca da vicino la visibilità di un sito. Sono due indicazioni che si danno ai motori di ricerca per dire cosa deve essere visto e cosa invece è meglio tenere fuori dall’indice o dal passaggio di valore.
Noindex: dire ai motori cosa non mostrare
Il tag Noindex dice a Google e soci: “questa pagina non deve finire nei risultati di ricerca”. Non significa che sparisce dal web, ma che non viene proposta agli utenti quando cercano su Google. Può sembrare controintuitivo voler restare fuori, eppure è utilissimo in tante situazioni. Pagine doppie, versioni di test, ringraziamenti post-form: sono contenuti reali ma non hanno senso in classifica. Con il Noindex si evita che rubino spazio o generino confusione, mantenendo pulito il profilo del sito.
Nofollow: gestire la fiducia dei link
Il Nofollow lavora in modo diverso: non blocca la pagina, ma dice ai motori “non trasferire valore attraverso questo link”. È come se una strada fosse percorribile dalle persone ma non dai furgoni che portano merce. Serve quando si vogliono inserire collegamenti a siti esterni senza dare loro una spinta di autorevolezza. Classico caso: link pubblicitari o commenti degli utenti. In questo modo si mantiene il controllo evitando di disperdere credibilità verso risorse poco affidabili.
Perché contano in un progetto web
In un lavoro di web agency, come quelli che porta avanti The Rope, sapere quando e come usare Noindex e Nofollow è cruciale. Sono strumenti di igiene digitale: permettono di selezionare cosa deve emergere e cosa no, proteggono il sito da contenuti ridondanti e aiutano a gestire i link senza compromettere l’autorevolezza complessiva. La differenza tra un sito che cresce in modo ordinato e uno che si affanna a scalare Google spesso passa anche da queste piccole attenzioni.
Errori da non fare
Il problema nasce quando vengono usati a caso. Un Noindex messo sulla pagina sbagliata può cancellare dalla scena proprio quel contenuto che avrebbe potuto portare traffico. Un Nofollow applicato in maniera indiscriminata rischia invece di bloccare la naturale circolazione del valore tra le pagine interne, spezzando la logica della navigazione. Sono tag che richiedono precisione: basta un colpo di penna maldato e un’intera sezione può sparire dagli occhi del pubblico o perdere forza nei collegamenti.
Un esempio pratico
Immaginiamo un e‑commerce. La scheda prodotto è il cuore pulsante e deve essere indicizzata. La pagina di conferma dell’ordine, invece, ha senso solo per chi ha appena acquistato: nessun vantaggio nel farla apparire su Google. Qui il Noindex diventa un alleato. Allo stesso tempo, nei commenti dei clienti spesso compaiono link esterni. Non sempre è possibile verificarne la qualità e non si vuole regalare autorità a qualunque sito venga citato: ecco il momento giusto per il Nofollow. Due piccoli interventi che fanno enorme differenza nella salute complessiva del sito.